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Eredità: se decido di non decidere, è bene sapere che…

Matteo Spairani, consulente finanziario

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Parenti e affini, al di là dei sentimenti, chi eredita? Scopriamolo insieme.

Può succedere che si venga meno all’improvviso oppure dopo un lungo percorso dove le condizioni di salute o la vecchiaia, “preparano” a questo passaggio. Per quanto sia certo che l’immortalità non ci appartiene, all’atto finale di una vita, i dati statistici dicono che raramente si è pianificato cosa ne sarà del nostro patrimonio.

Se evitiamo di donare in vita oppure di fare testamento e di non utilizzare altri strumenti di pianificazione generazionale, allora lasciamo che delle nostre sostanze decida la legge, la normativa vigente.

Decidiamo di non decidere e questo è assolutamente legittimo, sempre che a monte ce ne sia consapevolezza e non si arrivi a questa situazione per altri “ostacoli”, come ad esempio la pigrizia, la superstizione o il retropensiero che qualche nostro parente potrebbe prendersela male per come abbiamo deciso di ripartire il nostro patrimonio.

Occorre pertanto avere ben chiari i risvolti di questa scelta/non scelta.

Cosa dice la legge

Nel decidere per noi, la ratio della normativa è semplice: favorire le persone che per legame di parentela sono a noi più vicine. Il concetto di tutela della famiglia è così forte che per alcune categorie di parenti è addirittura prevista, anche in caso di testamento, una quota di legittima. Ciò vuol dire che indipendentemente dalle mie volontà espresse, alcuni parenti riceveranno per legge una fetta del mio patrimonio. Il primo importante vincolo è quindi l’impossibilità di escludere alcuni parenti dalla partecipazione all’eredità.

Legge sull'eredità

La legge non entra nelle dinamiche dei rapporti tra i Legittimari e il de-cuius: potrebbero esserci situazioni in cui per screzi o episodi di vita, non ci si parla più da anni, non ci si frequenta, sia presente del rancore, o addirittura dell’odio. Nulla vale aver prestato o meno assistenza o aiuto. Vince la linea di sangue e quindi è il legame di parentela che determina se si diventa eredi e con quale percentuale sul patrimonio del defunto.

Se il grado di parentela è il faro della normativa, si apre un altro potenziale problema: come posso lasciare qualcosa ad un parente che non sia così strettamente vicino da essere coinvolto nell’asse ereditario? Capitolo davvero enorme è il tema dei legami sentimentali che non sono normati da un vincolo coniugale (matrimonio, unioni civili): in una unione di fatto (come ad esempio la convivenza) abbiamo condiviso magari anni di vita insieme con una persona che per i più svariati motivi non è nostra moglie/nostro marito. Per il legame, l’affetto e la condivisione di un pezzo di vita insieme questa persona meriterebbe di essere considerata un nostro Erede a tutti gli effetti, eppure per la Legge è come se si trattasse di un estraneo. Se non decidiamo noi in vita, nulla riceverà.

Chi eredita

Se abbiamo deciso di non decidere è bene sapere quali figure saranno chiamate all’eredità, con quale “gerarchia” ed in quale percentuale.

Se non pianifichiamo, a nulla vale calcolare la quota di legittima e la quota disponibile (perché appunto, in assenza di nostre istruzioni, saranno “unificate” tra loro).

Secondo la Legge, possono essere Eredi:

  • il coniuge
  • i discendenti
  • gli ascendenti in assenza di discendenti
  • i fratelli (ed i loro discendenti)

In assenza di tutte queste figure, vengono chiamati all’eredità i parenti più prossimi entro il 6° grado. Vista l’elevata longevità della nostra società, non è affatto insolito che possano ereditare parenti prossimi entro il 6° grado. Ma chi sono i parenti di 6° grado? Un esempio semplice, sono parenti di 6° grado i figli di 2 persone che tra loro sono cugini di primo grado (i cugini di primo grado, sono parenti di 4° grado).

In assenza anche dei “parenti prossimi entro il 6° grado”, l’eredità viene devoluta allo Stato.

E gli affini?  Per loro non c’è nulla, ma ci torniamo tra poco, ora mettiamo ordine.

Facciamo un esempio

Luca e Chiara sono coniugati: entrambi sono Eredi Legittimari l’uno dell’altro, anche con testamento non possono essere esclusi dall’eredità, avranno di diritto una quota di legittima.

Mattia e Anna sono i figli di Luca e Chiara: sono i loro Discendenti, sono anch’essi Eredi Legittimari dei loro genitori, la normativa prevede che non possano essere esclusi dall’eredità.

Qualora Luca e Chiara non avessero figli, i rispettivi Genitori rientrano come Eredi Legittimari.

E qui finiamo i Legittimari, ossia coloro che detta brutalmente “non possono essere diseredati”.

Esclusione dall'eredità

Attenzione: Fratelli e Sorelle del Defunto NON sono Eredi Legittimari, questo vuol dire che in caso di testamento, potrebbero venire esclusi totalmente dall’eredità perché non hanno diritto alla quota di legittima.

Gli Affini

Gli affini, per semplificare, esprimono il rapporto di parentela tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge. Quindi riprendendo l’esempio sopra, la sorella di Luca (Marta) è “affine” di Chiara.

Quindi tra “affini”, la parentela non è naturale, ma “derivata” da un atto di matrimonio tra coniugi.

Come si diceva sopra, la longevità è segno di benessere e può incidere in molte dinamiche familiari, tali per cui il mio legame più prossimo, o quello a cui sono più legato per la condivisione di affetti che ci hanno accomunato, potrebbe essere un affine. Peccato che, in assenza di testamento o donazione, non c’è “spazio” per riconoscergli un pezzetto di eredità.

Famiglie dinamiche vs. una normativa statica

Ma se il diritto successorio dà una guida attraverso principi statici e ben saldi (in fin dei conti non potrebbe essere altrimenti, di diritto stiamo parlando), dobbiamo considerare che il concetto (soprattutto oggi) di famiglia è tutto tranne che imbrigliabile in uno schema (e quindi un po’ di “restyling” della normativa, ci potrebbe stare).

Divorzio e separazione di una coppia

Una famiglia è una galassia di affetti e sentimenti che muta nel tempo, si amplia o si restringe a seconda degli eventi, si espande non necessariamente in linea retta. L’aumento esponenziale delle separazioni e dei divorzi, così come la scelta della convivenza per la coppia, aprono a strutture familiari nuove. Con il secondo matrimonio, soprattutto se ci sono figli da precedenti relazioni, prendono vita le famiglie allargate: qui troviamo una particolare categoria di affini, ossia i figli del coniuge. Spesso il rapporto tra costoro ed il patrigno o la matrigna è sereno e assimilabile ad un rapporto genitore – figlio. In altri casi, per diffidenza, non accettazione del nuovo contesto o delle scelte sentimentali del proprio genitore, rimane un sottofondo di difficoltà nella gestione delle dinamiche relazionali. Questo aspetto è una ulteriore considerazione sulla via della pianificazione.

Un seme che richiede tempo

Parlare di queste tematiche è come piantare un seme, che richiede il suo tempo per germogliare: non è detto che una persona si senta subito pronta ad affrontare questi argomenti.

Attenzione, queste righe servono ad accendere una lampadina, ma non limitiamoci a considerare il solo passaggio generazionale, perché pianificare non è esclusivamente pensare a come sarà ripartita la mia eredità: confrontarsi con la propria situazione patrimoniale, vuol dire prima di tutto fare i conti con il contesto affettivo che si sta vivendo o che si è vissuto. Perché è nei nostri personali labirinti sentimentali (con i nostri compagni, coniugi, figli, genitori, fratelli) che dobbiamo trovare la strada e da lì, iniziare a prendere coscienza del percorso da intraprendere. La principale difficoltà è proprio quella di gestire queste leve emozionali, così forti da orientarci e spesso condizionarci nelle nostre valutazioni.

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