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Emozioni e soldi: la finanza comportamentale in aiuto dei risparmiatori

Matteo Spairani, consulente finanziario

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3 scorciatoie mentali in cui spesso cadiamo quando elaboriamo le informazioni. E come uscirne senza danni.

C’è una relazione tra emozioni e risparmio? Sì, assolutamente. Fortissima.

La capacità di gestire la nostra emotività in ogni condizione di mercato non è un fattore centrale, è “il fattore”.

Ormai da alcuni decenni, anche in Italia si parla di Finanza Comportamentale (behavioral finance).

Gli studi e le pubblicazioni si sono moltiplicati nel tempo, attraversando trasversalmente il mondo accademico con sfaccettature multidisciplinari, fino ad arrivare ad un più pratico utilizzo anche nel  marketing finanziario.

Un mix di sociologia, psicologia, scorciatoie mentali, per comprendere come si comportano i mercati finanziari in relazione al comportamento degli attori che li frequentano (operatori, investitori, risparmiatori).

Comportamento dei mercati finanziari che influenzano le nostre decisioni

Il salto definitivo avviene nel 2002, quando uno psicologo israeliano di nome Daniel Kahneman vince il Nobel per l’Economia. Come? Uno psicologo premiato con il Nobel per l’economia? Esattamente! E non è stata la prima volta nella storia. 

Motivazione: “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”.

Chiunque abbia voluto approfondire un po’ questa disciplina, si è certamente imbattuto in una delle sue opere di maggior successo: “Pensieri lenti e veloci”.

Il tema è vastissimo e non ho certo la pretesa, né le competenze per trattarlo a certi livelli di complessità. Proviamo però a cercare qualche spunto che ci permetta di riflettere ed evitare possibilmente qualche errore che si potrebbe rivelare particolarmente “costoso” per le nostre finanze personali.

Prendere decisioni sugli investimenti non è la stessa cosa di prendere decisioni su investire.

Per parlare di investimenti, mettiamo contenuto dentro un contenitore, scegliamo strumenti, definiamo allocazioni, esposizioni, Paesi e settori su cui investire.

Parlare di investire è un altro livello e come tale, richiede un approccio comportamentale.

Benjamin Graham affermava che  

il maggior problema nonché il peggior nemico di ogni investitore è se stesso.

Conoscere se stessi è il primo passaggio, avendo l’umiltà e l’accortezza di tenere ben presente che “la nostra mente…. mente!”

Gli Errori Comportamentali

La perfezione dell’essere umano sta nel suo essere imperfetto: siamo pertanto programmati per commettere degli errori comportamentali, di vario genere, cognitivi ed emotivi.

Gli errori comportamentali che commettiamo nel scegliere gli investimenti

Per la finanza tradizionale l’investitore è pienamente razionale e si muove in un contesto di mercati efficienti. Per la finanza comportamentale l’investitore, nelle sue scelte emotive, è semplicemente normale.

Essere irrazionali è per sua stessa natura l’indicazione di essere “umani”, quindi… intelligenti! E quindi proprio perché siamo intelligenti, diamo dei giudizi su ciò che osserviamo, cerchiamo di trarre delle conclusioni, diamo peso alle emozioni.

Gli errori cognitivi riguardano il modo con cui le persone elaborano le informazioni, utili a prendere decisioni.

E proprio perché il nostro cervello deve gestire con oculatezza le risorse di cui dispone durante la giornata, per non disperdere in ogni decisione troppe energie, ci porta verso delle “scorciatoie mentali” (euristiche), difficilissime da sradicare.

Qualche esempio?

Tra gli errori cognitivi legati a come processiamo le informazioni, i più frequenti sono:

  • L’Ancoraggio

Quando valutiamo di acquistare un computer, un telefono, un’auto o anche una casa, il primo prezzo che vediamo diventa il “punto di riferimento”, la misura di paragone con le altre possibilità che abbiamo per il prodotto che ci interessa.

Si tratta di un errore cognitivo, ovvero scorciatoie mentali o forme di semplificazione con cui cerchiamo (spesso sbagliando) di far fronte a decisioni complesse, denominato “effetto ancoraggio”.  Con questo termine si intende la tendenza, quando si deve prendere una decisione, ad affidarsi in modo eccessivo alla prima informazione che ci viene offerta.

Prendiamo un esempio che ha fatto la storia: il 27 gennaio 2010, a San Francisco, Steve Jobs presenta per la prima volta al mondo l’iPad, uno strumento che sarà l’icona della rivoluzione digitale. Inizia dicendo che in Apple si sono posti la domanda se oltre al computer e allo smartphone, ci fosse posto per un altro strumento con cui lavorare, interagire e giocare.

Parla per 70 minuti dell’iPad elencandone tutti i pregi e le caratteristiche rivoluzionarie. E poi, gli rimane solo da svelare il prezzo di vendita. Al pubblico in sala fa una domanda: “a quale prezzo dovremmo venderlo? Dovremmo cercare di stare sotto i 1.000 dollari, che poi vuol dire 999 dollari”, nel mentre proietta il numero 999 a tutto schermo per svariati secondi e continua a ragionarci a voce alta… lì crea l’ancoraggio. Nel tempo che Jobs utilizza sapientemente, in sala ognuno inizia a chiedersi in testa, “ma io a quanto lo comprerei? Se costa 999 dollari, ne potrei spendere 700, forse 800, magari anche 900”.  Riprende “sono emozionato nel dirvi che non lo metteremo in vendita a partire da 999 dollari, ma da soli 499 dollari”. Urla e applausi in sala… Risultato? il primo giorno di messa in vendita di iPad, vengono letteralmente polverizzati nei negozi oltre 300.000 pezzi.

Questa scorciatoia mentale, che ci può portare a prendere decisioni non corrette, spesso la applichiamo alle scelte finanziarie (ancorarsi ad un prezzo di un titolo, ad un valore storico, a credenze passate su aziende, tassi e rendimenti). Se l’ancora è rafforzata da legami affettivi, avrà ancora più presa (il consiglio di un amico, oppure “in casa mia si faceva sempre così”, oppure “mio nonno o mio papà mi dicevano di fare così”).

Contromisure all’ancoraggio? Allenare la mente a pensare oltre gli schemi classici a cui siamo abituati, andare più in profondità nel livello di informazione, essere curiosi, guardare con gli occhi dell’osservatore.

  • La Disponibilità

È una scorciatoia attraverso la quale valutiamo la frequenza di un evento o la sua probabilità di accadimento. Gli individui sono influenzati dalla facilità con cui alcune informazioni possono essere richiamate alla mente. L’esperienza insegna che è più facile ricordare eventi numerosi, piuttosto che rari, che eventi verosimili e frequenti sono più facili da ricostruire e immaginare piuttosto che quelli inverosimili.

Pubblicità che suscitano emozioni

La disponibilità è il primo filtro che si usa per arrivare a un giudizio di probabilità, nel presupposto che gli eventi più frequenti siano più facili da richiamare alla mente. In sostanza, questa scorciatoia mentale ci porta a formulare giudizi per la facilità con cui richiamiamo le informazioni in nostro possesso.

Nelle scelte finanziarie questa scorciatoia ci lega molto alle abitudini passate in quanto frequenti e quindi radicate, e ai giudizi più recenti che abbiamo formulato, i quali possono essere a loro volta condizionati.

La pubblicità ha un ruolo fondamentale, perché ricordiamo i titoli a effetto dei media e della stampa specializzata e quindi tendiamo ad investire su settori o strategie di cui abbiamo letto recentemente e di cui abbiamo informazioni “fresche”.

Attenzione: il recupero delle informazioni in memoria tuttavia non è infallibile, non utilizza principi statistici, ed è influenzato dalle emozioni provate in passato. 

Come se ne esce? Ragionando sulle prospettive future, utilizzando un pensiero che sia ricostruibile su nuove informazioni, senza cadere in giudizi superficiali.

  • La Rappresentatività

Indica la tendenza dell’individuo a formulare giudizi di probabilità ricorrendo a stereotipi.

Uno degli errori più comuni che può essere generato da tale scorciatoia, deriva dal fatto che gli individui non tengono conto della frequenza oggettiva e osservabile di un fenomeno e dell’ampiezza del campione, ossia la rappresentatività tende ad essere poco sensibile alle informazioni oggettive. 

Cosa comporta? Che si tende a formulare un giudizio (e quindi prendere una decisione) basandosi sulla legge dei grandi numeri anche quando il campione in esame è di ridotte dimensioni. 

Facciamo un esempio semplice: supponiamo che una moneta venga lanciata in aria per 5 volte e che abbia mostrato, una volta caduta a terra, tutte le volte testa. Al sesto lancio, nonostante la probabilità che la moneta mostri croce sia sempre del 50%, la maggioranza di chi scommette su questo evento, affermerà che è più probabile l’uscita di croce. Ma tale ragionamento è sbagliato, perché la legge dei grandi numeri è valida solamente quando il campione osservato è di dimensioni notevoli.

In finanza uno degli errori più rilevanti (e più pericolosi) che si possono commettere, attribuito all’euristica della Rappresentatività, è l’overconfidence (eccesso di confidenza) tale per cui si raggiunge la convinzione di essere dotati di capacità superiori alla media, tali da permetterci di maneggiare con destrezza i mercati.

Overconfidence

Si tende a sovrastimare le proprie capacità riguardanti il processo decisionale, ritenendo di aver fatto quasi sempre la scelta giusta, specialmente dopo aver compiuto delle scelte rivelatesi poi corrette (ad esempio, l’acquisto di un titolo azionario il cui prezzo è salito successivamente molto), assumendo eccessiva fiducia in se stessi. 

Oppure l’overconfidence si riferisce alla convinzione di giudicare le proprie azioni in grado di modificare e influenzare eventi che, nella realtà dei fatti, sono totalmente indipendenti da esse. L’investitore ha l’illusione del controllo e crede di essere in grado di battere il mercato. Ad esempio, un investitore che acquista in maniera abbastanza casuale un titolo che batte il mercato, può convincersi erroneamente di essere dotato di particolari abilità, piuttosto che ritenere la situazione semplicemente dipendente dalla fortuna.

Qui il tema è cercare di stare con i piedi per terra… una maggiore consapevolezza dei propri limiti cognitivi e degli effetti che produce l’emotività sulle scelte finanziarie aiuterebbe gli investitori nel seguire un processo decisionale più efficiente e dettato il più possibile dalla razionalità. 

Ma come detto all’inizio, siamo umani e pertanto “imperfetti”, ed è per assurdo il nostro pregio, ossia essere un cosmo unico in ogni individuo di emozioni, di idee, di sentimenti, di credenze, di esperienze, di valori che ci guidano nelle nostre scelte.

Con un po’ di allenamento, attenzione e spirito critico, si possono migliorare i nostri processi decisionali anche nelle scelte finanziarie.

Confrontarsi con il proprio consulente finanziario può essere un ulteriore aiuto per avere un differente punto di vista, su cui ragionare insieme. 

Sul tema della Finanza Comportamentale torneremo a parlare prossimamente, con particolare riferimento alla gestione delle emozioni.

I tuoi obiettivi finanziari richiedono disciplina e metodo per essere raggiunti. Le emozioni sono una componente imprescindibile, ma non devono dominarci, possiamo invece condurle verso i nostri obiettivi. Contattami e parliamone insieme.

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